Erano più di quattrocento, seduti sulle sedie fino a esaurimento e poi sdraiati sul prato con le coperte, quando alle nove di sera il primo accordo degli ottoni si è alzato davanti alla Specola Margherita Hack. Archetipi del futuro, concerto visionario per ensemble di ottoni, sintetizzatori ed elettronica, ha portato alla stazione osservativa di Basovizza il pubblico più numeroso della stagione.
Il progetto nasce dall'incontro fra tre materiali sonori: la potenza fisica e rituale degli ottoni, la materia emotiva dei sintetizzatori analogici e digitali, l'elettronica contemporanea intesa come spazio, respiro, paesaggio. Le composizioni, tutte originali, sono di Giuliano Poles, che dal vivo ha firmato synth e sound design; a eseguirle la Tiepolo Brass Orchestra, formazione friulana fondata dal maestro e trombettista Diego Cal, che si muove con naturalezza dal barocco al contemporaneo, dalle colonne sonore al rock sinfonico.
Ogni brano è un archetipo.
A dare la chiave del concerto sono stati i testi letti fra un brano e l'altro da Serena Rizzetto, voce narrante della serata:
«Un archetipo non invecchia. Attraversa i secoli senza perdere forza, e riappare ogni volta che l'essere umano ha bisogno di dare un nome a ciò che non controlla. Il fuoco, il vuoto, il ciclo che si chiude e ricomincia. Oggi viviamo in un tempo che sembra correre più veloce di noi, tra intelligenze artificiali, crisi climatiche, notizie che si susseguono senza pausa. Eppure le domande restano le stesse di sempre. Chi siamo, quando tutto cambia intorno a noi. Cosa resta, quando tutto si trasforma.»
«Questo concerto nasce da lì. Da un sintetizzatore che dialoga con lo spazio, in un osservatorio che ogni notte guarda al cielo per capire meglio la terra. Ogni brano è un archetipo: una forma antica vestita di suono contemporaneo, di elettricità e ottoni, per raccontare non il futuro che verrà, ma quello che già viviamo, ogni giorno, senza accorgercene.»
I titoli raccontano il viaggio. Si è aperto con Ardent, Black Holes e Quasar; poi Pleiades e Data Flux, le Pleiadi che per millenni hanno indicato la rotta ai naviganti messe accanto ai flussi di dati a cui oggi affidiamo la strada; Magnetar e Magnetic Storm, perché esistono corpi celesti capaci di deformare la materia a distanza e tempeste magnetiche fatte di opinioni, di algoritmi, di paure collettive; Don't Look Back e Pulsar, il battito regolare che gli scienziati immaginano già come faro per la navigazione nello spazio profondo, un ritmo che non guarda indietro. E in chiusura Among the Stars, Everything, All Around Us, Reborn: «ogni fine contiene già una rinascita».
«Anche noi scienziati ci emozioniamo, dopotutto»
Ad aprire la serata è stata Cristiana Rossato, presidente dell'associazione La Via delle Arti di Porcia, che a Basovizza torna per la terza estate consecutiva: «È un amore reciproco: ormai qui ci sentiamo davvero a casa. Quassù, in questa meravigliosa location, ci piace sperimentare, dando alla nostra musica forme e sonorità sempre nuove. E questa sera vogliamo regalare qualcosa di speciale: lasciare che l’immensità del cielo si fonda con la forza delle emozioni della musica, in uno spettacolo che ci accompagnerà verso il futuro». Poi la parola è passata al padrone di casa, Fabrizio Fiore, direttore dell'Osservatorio.
L'intervento del Direttore dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Trieste ha dato alla serata la sua chiave di lettura. Questa è musica ispirata alla scienza, ha spiegato Fiore, e la musica è emozione: due cose che siamo abituati a considerare distanti fra loro. Lo scienziato, nell'immaginario comune, è una figura un po' barbosa, chiusa nel suo ufficio a pensare a cose complicate; le emozioni, invece, le conosciamo tutti…guardare un tramonto, innamorarsi di qualcuno. «Anche noi scienziati ci emozioniamo, dopotutto».
Ed è capitato che proprio quei giorni offrissero la dimostrazione migliore. La sera prima c'era stata l'eclissi parziale di Sole, vista male in Friuli Venezia Giulia, sotto un cielo carico di nuvole e due notti prima il picco delle Perseidi. Chi ha assistito a un'eclissi totale, ha raccontato Fiore, ricorda soprattutto una cosa: la temperatura che crolla di colpo, il buio, e il silenzio improvviso di uccelli, cicale e grilli che smettono tutti insieme di cantare. Si resta lì a chiedersi che cosa stia succedendo. Un'emozione, appunto.
Ma le eclissi sono anche uno strumento scientifico. Quando la Luna copre il disco solare diventa visibile la corona, plasma scaldato a milioni di gradi, sede dei brillamenti e di una fisica davvero estrema: prima degli strumenti moderni, le eclissi erano l'unica occasione per studiarla. E c'è un secondo motivo, più sottile. Nel maggio del 1919 Arthur Eddington organizzò due spedizioni, una all'isola di Príncipe, nel Golfo di Guinea, l'altra a Sobral, in Brasile, per fotografare le stelle vicine al Sole durante un'eclissi totale e confrontarne le posizioni con quelle misurate in altri periodi dell'anno. Se la luce, passando radente al Sole, veniva davvero deflessa, allora la teoria pubblicata pochi anni prima da un signore che quasi nessuno riusciva a seguire era giusta. Le stelle risultarono spostate: Albert Einstein aveva ragione.
Oggi la relatività generale e la meccanica quantistica sono i due pilastri su cui poggia tutta la nostra tecnologia. Senza le correzioni relativistiche applicate agli orologi dei satelliti, il GPS non saprebbe dirci dove siamo; senza la meccanica quantistica non esisterebbe l'elettronica, compresa quella che quella sera stava suonando sul palco. «Pensate che emozione può dare dimostrare che sono corrette», ha detto Fiore, «cose che in linea di principio sono completamente assurde e astruse».
Infine una nota personale, che ha strappato un sorriso al prato: quando faceva ricerca da osservatore, Fiore saliva ai grandi telescopi in Cile e metteva le mani sugli strumenti. Oggi si osserva quasi sempre da un computer, seduti alla scrivania. Quell'emozione lì si è persa ma «io fortunatamente sono vecchio a sufficienza per averla provata».
Giove nel piazzale, le Perseidi in cielo.
Molti erano arrivati con largo anticipo, quando il sole era ancora basso sul Carso: nel piazzale un grande globo luminoso di Giove ha fatto da richiamo per famiglie e bambini, tra fotografie e domande agli astronomi. Al termine del concerto la serata è proseguita con l'osservazione guidata del cielo a occhio nudo, insieme ai soci del Circolo Culturale Astronomico di Farra d'Isonzo, in una delle notti migliori dell'anno: quelle delle Perseidi, con la Luna nuova a lasciare il cielo completamente al buio.
Accanto all'osservazione a occhio nudo, la serata ha riservato una sorpresa. Un telescopio digitale compatto, uno di quegli strumenti che puntano da soli l'oggetto e ne costruiscono l'immagine sommando decine di brevi pose, mostrando in diretta ciò che l'occhio nudo non può vedere. Sullo schermo sono comparsi M13, l'ammasso globulare in Ercole, centinaia di migliaia di stelle strette in una sola sfera; M27, la Nebulosa Manubrio, il guscio di gas soffiato via da una stella morente; e infine la galassia di Andromeda, a due milioni e mezzo di anni luce da noi. Lo stupore del pubblico, in quel momento, valeva quanto la musica.
E il cielo ha risposto. Lo racconta una spettatrice: «a coronamento di una bellissima serata ci è finalmente apparsa una luminosissima stella cadente, e scatta il desiderio…»
Grazie!!!
Il ringraziamento dell'Osservatorio va al maestro Giuliano Poles per le composizioni e per il suono, a tutti i musicisti della Tiepolo Brass Orchestra e al maestro Diego Cal, che ne è fondatore e direttore artistico e che quella sera non ha potuto essere presente; a Cristiana Rossato e a Serena Rizzetto per aver accompagnato il pubblico dentro la serata; all'associazione La Via delle Arti di Porcia, che ha promosso il progetto con il sostegno del Ministero della Cultura, e alla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia per il contributo alla rassegna.
Un grazie particolare ai soci del Circolo Culturale Astronomico di Farra d'Isonzo (ccaf.it), che hanno guidato il pubblico sotto le stelle.
Una serata così non è il lavoro di una sera. Hanno montato, spostato, accolto, indicato parcheggi e risposto a centinaia di domande i colleghi e i volontari dell'Osservatorio: Marco Citossi, che ha presentato la serata e curato le osservazioni con il telescopio digitale, e in ordine alfabetico: Giulia Baroni, Gioia Del Bello, Federico Dogo, Tommaso Fagotto, Chiara Feruglio, Elena Mason, Livia Mervoglino, Sergio Monai, Emiliano Munari, Fabio Stocco, Daniele Tavagnacco, Sara Trevisan. Senza di loro, quattrocento persone sul prato sarebbero rimaste un'idea sulla carta.
Grazie ad ALÉ POGi – Street Fast Food Truck e, soprattutto, al pubblico: salito a Basovizza in una sera d'agosto, rimasto in silenzio fino all'ultima nota, e poi con gli occhi all'insù.
L'estate non finisce qui!
Il prossimo appuntamento è per giovedì 3 settembre, sempre alle 21 e sempre davanti alla Specola, con Il primo anno della più grande mappa dell'Universo: un incontro transfrontaliero (in italiano, sloveno e croato) sui risultati del primo anno di osservazioni del Vera C. Rubin Observatory, l'osservatorio cileno che ospita la fotocamera digitale più grande del mondo, 3,2 miliardi di pixel, e che ogni tre notti fotografa l'intero cielo australe per costruire un time-lapse del cosmo. Interverranno Željko Ivezić, presidente del progetto Rubin/LSST, Gabriele Rodeghiero (INAF) e Andreja Gomboc (Università di Nova Gorica). Ingresso gratuito senza prenotazione; a seguire, ancora osservazione guidata del cielo.
